Se niente importa. ( Perchè mangiamo gli animali? ) - Jonathan Dafran Foer (Guanda)
“Mia nonna non apparecchiava mai un posto per sé durante i pranzi di famiglia. Anche quando non restava più niente da fare – piatti di minestra da rabboccare, pentole da rimestare o forni da controllare – lei rimaneva in cucina, come una sentinella ( o una prigioniera) all’erta in cima alla torre. Per quanto ne sapevo io, il sostentamento derivante dal cibo che preparava non richiedeva che lo mangiasse.”
“ Mia nonna è sopravvissuta alla guerra a piedi nudi, frugando tra ciò che per gli altri era immangiabile: patate guaste, pezzetti di carne guastati e quel che restava attaccato agli ossi e ai noccioli della frutta….E ai buffet degli alberghi a colazione, mentre noi impilavamo cose su cose come erigessimo vitelli d’oro, lei preparava panini su panini e li avvolgeva nei tovaglioli, nascondendoli nella borsetta per i pranzo. È stata mia nonna a insegnarmi che è sufficiente una bustina di tè qualunque sia il numero di tazza che devi servire e che della mela si mangia tutto.”
“Nelle foreste europee mia nonna aveva mangiato per sopravvivere fino alla successiva opportunità di mangiare per sopravvivere. In America, cinquant’anni dopo, noi mangiavamo ciò che volevamo. Le nostre dispense erano piene di cibo comprato d’impulso, di leccornie costose, di roba che non ci serviva. E passata la data di scadenza, buttavamo via le cose senza annusarle. Mangiare era un atto spensierato. Mia nonna aveva reso possibile quella vita per noi. Ma lei, di suo, non riusciva a scuotersi di dosso la disperazione.”
“Da piccolo passavo spesso il fine settimana a casa di mia nonna. Quando arrivavo, il venerdì sera, lei mi sollevava stringendomi in uno dei suoi abbracci soffocanti. E quando me ne andavo, la domenica pomeriggio, mi alzava di nuovo per aria. Solo molti anni dopo ho capito che mi stava pesando.”
La preoccupazione di chi è quasi morto di fame durante la guerra, ma è stato capace di rifiutare della carne di maiale che l’avrebbe tenuto in vita, perché non era cibo “kasher”, perché “se niente importa, non c’è niente da salvare”. Il cibo per lei non è solo cibo, è “terrore, dignità, gratitudine, vendetta, gioia, umiliazione, religione, storia e, ovviamente, amore”
Una volta diventato padre, Foer ripensa a questo insegnamento e inizia a interrogarsi su cosa sia la carne, perché nutrire suo figlio non è come nutrire se stesso, è più importante.
In questo libro il frutto di un’indagine durata tre anni che ha portato l’autore negli allevamenti intensivi, anche nel cuore della notte. Un racconto di violenze e venefici trattamenti sugli animali.
Foer ci invita a riflettere, indicando nel dolore degli animali – e soprattutto nella nostra sensibilità verso di chi è “inerme e senza voce” – il discrimene fra umano e inumano. Fra chi accetta in silenzio le condizioni imposte negli allevamenti industriali e chi invece le mette fortemente in discussione.
Con quale animo possiamo, dopo aver letto questo libro, continuare a consumare i prodotti alimentari propinatici dalla grande filiera industriale?
Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?
Jonathan Safran Foer
Guanda € 18,00